Se vi svegliate di notte, fissando il soffitto, preoccupati per le microplastiche nel vostro sangue, le ondate di calore che fanno sciogliere la Mariahilfer Straße ogni estate e la sensazione che sia già troppo tardi, ci sono buone notizie. No, non state impazzendo. E no, non state esagerando. I ricercatori dell’Università di Vienna (UniWien) e dell’Università di Economia e Business di Vienna (WU Wien) stanno documentando qualcosa a cui la psicologia tradizionale è stata a lungo riluttante ad ammettere: l’ansia climatica non è una patologia. È una reazione razionale, basata sull’evoluzione, a una minaccia esistenziale oggettiva.
E i numeri parlano chiaramente.
Una paura che non è esagerata

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Gli studi attuali mostrano che quasi il 48,4 percento dei giovani tra i vent’anni dichiara alti livelli di ansia climatica. Questo è quattro volte tanto rispetto alla generazione dei baby boomer. La differenza non è che i giovani siano più sensibili o drammatici. La differenza è chi dovrà effettivamente convivere con le conseguenze. Le persone nate dopo il 1995 erediteranno un mondo trasformato in una camera termica, mentre allo stesso tempo, sono chiamati a essere i principali motori del cambiamento.
Sabine Pahl, professoressa presso il Gruppo di Ricerca in Psicologia Urbana e Ambientale dell’Università di Vienna, guida un team che da anni studia la relazione reciproca tra l’uomo e l’ambiente. La sua ricerca dimostra che la consapevolezza di “minacce invisibili” (microplastiche nel corpo, sostanze chimiche nell’aria, perdita di biodiversità) crea una specifica forma di ansia legata all’integrità fisica. In altre parole, non si tratta solo di preoccuparsi del “pianeta”, ma di preoccuparsi del proprio corpo, della propria respirazione, della propria vita.
La ricerca condotta a Vienna solleva una questione che altri hanno evitato
Vienna si è affermata negli ultimi anni come uno dei centri europei per la psicologia ambientale. L’Università di Vienna e l’Università di Economia e Commercio di Vienna (WU Vienna) operano parallelamente, ma da prospettive diverse.
Il team guidato da Peter Vandor, Martin Mehrwald e Fabian Hoboditesch presso la WU Vienna si è concentrato sull’intersezione tra salute mentale e imprenditoria sociale. Il loro studio più citato, “Don’t Look Up? L’effetto dei modelli di riferimento sull’ansia climatica e sull’azione per il clima”, ha rivelato un paradosso che dovrebbe preoccupare chiunque creda che le storie di successo siano automaticamente terapeutiche. Sebbene l’interazione con i modelli di riferimento nell’attivismo climatico aumenti la fiducia nelle soluzioni, aumenta anche l’ansia climatica. La ragione? Riflettere sui modelli di riferimento riduce la distanza cognitiva dalla crisi e rende la minaccia più personale.
In sintesi: più si pensa alle persone che agiscono, meno si può nastersi dietro la distanza.
Dati da tenere a mente

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Le statistiche mostrano una precisa distribuzione generazionale. Giovani (18-28 anni): il 48,4 percento sperimenta un’ansia significativa. Millennials (29-43 anni): circa il 32 percento. Generazione X (44-59 anni): circa il 21 percento. Baby Boomers (60+): tra l’11 e il 17 percento. Questi non sono numeri irrilevanti. Ciò corrisponde a quasi la metà di un’intera generazione che sperimenta un disagio clinicamente rilevante legato al clima, secondo gli standard psichiatrici austriaci.
Ciò che distingue la paura razionale da una condizione patologica non è l’intensità. La differenza risiede nella fonte. La paura tradizionale spesso nasce da una cognizione distorta. L’ansia climatica, d’altra parte, deriva dal consenso scientifico, da eventi meteorologici estremi visibili e dalla perdita oggettiva di controllo. Se si ha paura del fuoco mentre la propria casa è in fiamme, non si ha bisogno di terapia; si ha bisogno dei vigili del fuoco.
Dissonanza cognitiva: quando la conoscenza e l’azione non coincidono
Studi condotti da ricercatori di Vienna dimostrano che i giovani spesso volano più frequentemente rispetto alle generazioni più anziane, anche se il 41 percento di loro ritiene che i voli debbano essere tassati per proteggere l’ambiente o evitati del tutto. Non si tratta di ipocrisia. Si tratta di dissonanza cognitiva in azione: la discrepanza tra ciò che si sa e ciò che si fa crea una persistente sensazione di colpa che si accumula e può potenzialmente trasformarsi in una paralisi disfunzionale.
Jörg Matthes e il suo team dell’Università di Vienna dimostrano anche che la generazione più giovane è estremamente scettica nei confronti delle dichiarazioni ambientali fatte dalle aziende. Promesse concrete di compensazione, come “un albero piantato per ogni volo”, suscitano più scetticismo nei giovani che negli anziani. Il motivo? I giovani comprendono la complessità del ciclo del carbonio e riconoscono il “greenwashing” come un tentativo di distrarre dalla necessità di riduzioni sistematiche delle emissioni.
Vienna possiede una risorsa che altre città europee non hanno in questa forma
Uno studio condotto alla fine del 2024 e all’inizio del 2025 ha confrontato Vienna e Milano in termini di percezione del rischio climatico e dell’uso degli spazi verdi. Il risultato? I residenti di Vienna percepiscono i parchi urbani come una zona cuscinetto necessaria contro lo stress. Un elevato valore funzionale ed emotivo è attribuito alla vicinanza a Schönbrunn, Stadtpark, Augarten e a un vasto numero di piccole oasi verdi che si estendono dal 2° al 22° distretto.
A Milano, dove le infrastrutture verdi sono inadeguate, le ondate di calore aumentano l’ansia perché i residenti non hanno luoghi dove sfuggire al caldo. Gli spazi verdi senza ombra diventano isole di calore che le persone evitano. Al contrario, Vienna integra la resilienza climatica e la salute mentale nella pianificazione urbana. Ciò significa che non è un caso se si può trovare un senso di pace seduti su una panchina nel Volksgarten. Questo è un esempio di politica in azione.
Burnout tra coloro che lavorano di più
C’è un lato oscuro in questa storia che viene raramente menzionato. Uno studio che ha coinvolto oltre 1.000 fondatori di imprese sociali provenienti da 47 paesi, tra cui membri del Vienna Impact Hub, ha rivelato tassi allarmanti di burnout. I giovani innovatori, motivati da obiettivi climatici, non solo sperimentano esaurimento professionale. Stanno vivendo un esaurimento esistenziale: la sensazione di “non fare abbastanza” nella lotta contro la crisi planetaria, anche quando lavorano 70 ore a settimana.
Interviste qualitative rivelano una frase ricorrente: “Se falliamo, qualcuno soffrirà”. Questo tipo di iper-responsabilità viene spesso elogiato come illuminato nella società. In realtà, distrugge le persone.
Cosa fa il sistema (e cosa non fa)
Il secondo rapporto nazionale austriaco sui cambiamenti climatici (AAR2), preparato dal Pannello austriaco sui cambiamenti climatici (APCC), ha iniziato a integrare la salute mentale nei rapporti strategici nazionali. La mobilità attiva a Vienna, Graz e Linz, secondo le stime, può prevenire tra 27 e 58 decessi ogni 100.000 persone all’anno. Una dieta sana può ridurre del 20 percento i decessi legati all’alimentazione, e l’isolamento degli edifici residenziali riduce la povertà energetica e la paura di condizioni meteorologiche estreme in casa.

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Il problema? Secondo i sondaggi qualitativi, il sistema educativo continua a non preparare adeguatamente i giovani alle sfide emotive e pratiche della crisi. Gli studenti delle scuole superiori e i futuri insegnanti segnalano tre ostacoli principali: un trattamento superficiale degli argomenti, una mancanza di azioni pratiche e una trascuratezza emotiva nel curriculum. Gli studenti imparano sui disastri, ma raramente ricevono gli strumenti per partecipare alla ricerca di soluzioni.
La rabbia è più produttiva della paura
Forse la scoperta più importante dei ricercatori viennesi è questa: le emozioni come la rabbia ecologica (Eco-Anger) sono migliori predittori della partecipazione all’azione collettiva rispetto alla paura stessa. Quando la paura viene riconosciuta come un segnale di empatia e preoccupazione, cessa di essere un peso. Diventa carburante.
Questo significa: la domanda non è “Come posso liberarmi dell’ansia climatica?”. La domanda è: “Come posso incanalarla in azioni che non distruggano coloro che agiscono?”.
Tre raccomandazioni dalla ricerca:
Il contatto con gli altri riduce i sentimenti di isolamento. L’azione a livello locale aiuta ad affrontare le aspettative, perché “il quadro generale” può sopraffare anche i più forti. I sistemi di supporto strutturati (terapia, gruppi di supporto, sindacati per gli attivisti climatici) sono essenziali per coloro che sono più attivi.
Cosa fare ora?
L’ansia climatica non scomparirà. Al contrario, continuerà ad aumentare, soprattutto con la crescente frequenza di eventi meteorologici estremi. Tuttavia, i ricercatori viennesi affermano chiaramente: la paura è giustificata, il disagio è legittimo, e la soluzione non risiede nella terapia individuale, ma nel cambiamento sistemico.
In altre parole: se si ha paura, si stanno interpretando correttamente i segnali. La domanda è: cosa si farà con questa consapevolezza?
