Nel 2023, secondo i dati di Statistics Austria, circa 760.000 persone con una disabilità registrata vivevano in Austria. Questo corrisponde all’8,3 percento della popolazione. Tuttavia, i sondaggi sull’autovalutazione della disabilità indicano una cifra di circa 1,4 milioni. Nonostante ciò, il termine “orgoglio per le persone con disabilità” inizialmente crea confusione per molte persone. Alcuni credono che si tratti di celebrare una disabilità. Altri ritengono che si debba essere grati per una malattia, un infortunio o un dolore cronico. Per le persone con una diagnosi recente, il termine può essere addirittura offensivo, perché crea l’impressione che il dolore e la perdita non vengano presi sul serio.
Queste reazioni sono comprensibili. Spesso derivano dal fatto che la parola “orgoglio” viene interpretata solo nel suo significato quotidiano, e non nel contesto storico o psicologico da cui nasce il movimento. Il “Disability Pride” non celebra la sofferenza. Il termine non implica che una disabilità sia desiderabile, né richiede che il dolore o le limitazioni vengano ignorati. Invece, si oppone all’idea che la dignità, il valore o l’umanità di una persona diminuiscano a causa della sua disabilità. Questo sposta la questione centrale: non si tratta più di stabilire se una disabilità sia buona o cattiva, ma se sia permesso che essa determini il valore di una persona. Questa distinzione è importante perché cambia il modo in cui si affronta la questione. Chi comprende questo non vede più la disabilità come l’opposto di una vita buona. Invece, l’attenzione si sposta sulle condizioni in cui le persone vengono riconosciute come uguali.
Cosa significa realmente il “Disability Pride”?
Per molti secoli, la disabilità è stata vista quasi esclusivamente attraverso ciò che è noto come il modello medico. Secondo questa prospettiva, la disabilità è considerata principalmente un difetto di una persona, e la società dovrebbe curarla, correggerla o compensarla. L’assistenza medica rimane importante, e poche persone sono contrarie a terapie migliori, riabilitazione o dispositivi di assistenza. Tuttavia, il modello medico da solo non spiega perché due persone con disabilità simili possano partecipare alla vita sociale in modi molto diversi.
Il modello sociale della disabilità introduce un importante cambiamento di prospettiva. Molti ostacoli non sono creati solo all’interno del corpo, ma anche in un ambiente che non tiene conto della diversità. Una scala diventa un ostacolo solo quando non esiste un’alternativa. Le informazioni sono inaccessibili solo quando vengono offerte in un unico formato. I pregiudizi diventano una disabilità solo quando impediscono una vera comprensione. Questo modello non nega le limitazioni fisiche, ma vede la disabilità come un’interazione costante tra l’individuo e l’ambiente, come descritto nella Classificazione Internazionale del Funzionamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In Austria, la Legge Federale sull’Uguaglianza dei Diritti delle Persone con Disabilità, in vigore dal 2006, mira a eliminare tali svantaggi. Almeno, in teoria. Essa stabilisce chi può iniziare un percorso di formazione, chi riceve un lavoro e chi può partecipare alla vita culturale. La stessa persona può lavorare in modo indipendente in un ambiente accessibile ed essere completamente esclusa in un altro, senza che il suo corpo sia cambiato. Pertanto, il modello sociale sposta la responsabilità: non più sull’idea di “correggere” la persona, ma sul compito di creare ambienti che favoriscano la partecipazione. L’accessibilità non è quindi un servizio speciale, ma una questione di giustizia.
Una scala diventa un ostacolo solo quando non esiste un’alternativa.

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Quando il pregiudizio si trasforma in autostigma
Le barriere fisiche sono spesso al centro dell’attenzione, ma gli ostacoli psicologici spesso rimangono invisibili e possono causare danni ancora maggiori. La ricerca sullo stigma ha dimostrato da anni un chiaro schema: coloro che vengono ripetutamente esposti a pregiudizi, pietà, esclusione o basse aspettative, finiranno per interiorizzare queste opinioni. La discriminazione esterna porta quindi a dubbi sulla propria competenza, attrattiva, intelligenza o valore.
Questo processo è noto come stigma autoimposto o stigma interiorizzato, e dimostra che la discriminazione non si limita alla persona che la subisce. Nel tempo, diventa parte della propria immagine di sé. In psicoterapia, questo problema si presenta quasi quotidianamente. Pochi dicono: “La società mi ha insegnato a svalutarmi”. Piuttosto, si sentono affermazioni come: “Non voglio essere un peso per nessuno”. Oppure: “Nessuno mi amerà più”. Oppure: “Non appartengo più a nessun luogo”. Queste affermazioni mostrano che i pregiudizi esterni si sono trasformati in una narrazione interna. Cambiare questa narrazione non significa negare la realtà, ma rappresenta una forma di liberazione psicologica. Questo può manifestarsi quando una persona non presenta nemmeno una domanda, annulla un appuntamento o interrompe una relazione prima che possa iniziare, per paura di essere un peso. Le aspettative esterne negative si traducono in aspettative negative verso se stessi. La psicoterapia può rendere visibile questa connessione e separare ciò che proviene dalla persona e ciò che le è stato attribuito dal suo ambiente. Non si tratta di nascondere la realtà, ma di recuperare un’immagine di sé più equa.

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L’appartenenza è un bisogno fondamentale, non una ricompensa
Le persone non sviluppano mai la propria identità da sole. La nostra immagine di noi stessi si forma all’interno delle famiglie, dei gruppi di amici, delle scuole e delle comunità. La psicologia sociale riconosce da tempo l’appartenenza come un bisogno fondamentale, perché fornisce conferma, sicurezza emotiva e riconoscimento. Molte persone con disabilità riferiscono di sentirsi profondamente sole, non solo a causa delle barriere fisiche, ma anche perché spesso si sentono incompresi. Le comunità in cui la disabilità non viene vista né come una tragedia né come una ragione di pietà possono quindi fare una differenza significativa.
Sebbene la disabilità sia parte dell’identità di una persona, essa non la definisce completamente. Chi si percepisce solo come un paziente tende spesso a ritirarsi da ruoli importanti nella vita. Chi considera la propria disabilità come parte di un’immagine più ampia di sé è in grado di mantenere meglio le relazioni, la propria istruzione e i propri progetti per il futuro. L’integrazione è psicologicamente più sana del negazionismo o dell’eccessiva identificazione. L’appartenenza richiede anche condizioni adeguate. La legge sull’occupazione di persone con disabilità obbliga le aziende con almeno 25 dipendenti ad assumere una persona con una disabilità riconosciuta ogni 25 dipendenti. In caso contrario, viene applicata una tassa compensativa, che nel 2025 sarà di almeno 335 euro al mese per ogni posizione vacante. Chi si sente discriminato può richiedere un processo di mediazione gratuito presso il servizio ministeriale per i servizi sociali.
Da una prospettiva costruttivista, l’identità non viene semplicemente scoperta, ma è costantemente sviluppata attraverso le relazioni e le esperienze. Chi trova comunità in cui la disabilità non viene vista come una tragedia o come oggetto di pietà spesso vive un momento di svolta. La domanda diventa quindi: “Come posso tornare ‘normale’?” invece di: “Come posso vivere autenticamente come la persona che sono oggi?”. Le relazioni di supporto sono tra i fattori più importanti per una buona adattamento psicologico. A Vienna, stanno emergendo luoghi in cui cultura, consulenza e incontri si fondono.
L’appartenenza non elimina il dolore. Riduce l’isolamento.

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Spesso, la sfida più grande è evitare due estremi. Una visione considera la disabilità solo come una tragedia personale e ritiene impossibile la realizzazione. L’altra la idealizza e finge che la sofferenza debba essere celebrata. Entrambe le prospettive non riescono a cogliere la realtà. Le persone possono sperimentare dolore cronico e allo stesso tempo avere relazioni appaganti. Possono provare dolore per la perdita di capacità, sentendo al contempo orgoglio per la propria forza. Possono desiderare un trattamento migliore e, allo stesso tempo, rifiutare di accettare di essere quindi meno valide. Affrontare queste verità apparentemente contraddittorie richiede maturità psicologica, perché la vita raramente si adatta a semplici opposizioni. Né le leggi né le terapie possono eliminare tutte le barriere, ma possono creare dei contesti in cui nuove storie diventano possibili. Come disse il cibernetico Heinz von Foerster: l’azione etica espande le possibilità, piuttosto che limitarle.
Il “Disability Pride”, quindi, non significa la fine della sofferenza o l’assenza di difficoltà. Rappresenta il riconoscimento che ogni persona ha una dignità inalienabile, indipendentemente dalle capacità fisiche, dalla diagnosi o dalla dipendenza dagli altri. Questo è anche l’obiettivo della piattaforma viennese iks.haus, con il motto “ALL EQUAL”. Forse questo è il significato più profondo dell’orgoglio: non che si sia immuni alle vulnerabilità, ma che si rifiuta di rendere il proprio valore dipendente da esse. È possibile trovare maggiori informazioni sull’inclusione a Vienna e sull’accessibilità nella vita quotidiana negli articoli pubblicati su iks.haus.&”ALL EQUAL”. Forse questo è il significato più profondo dell’orgoglio: non che si sia immuni alle vulnerabilità, ma che si rifiuta di rendere il proprio valore dipendente da esse. È possibile trovare maggiori informazioni sull’inclusione a Vienna e sull’accessibilità nella vita quotidiana negli articoli pubblicati su iks.haus.
